
L’altro giorno mi sono imbattuta nei Voyeur perché, guarda caso, è stata proprio la mia amata “mamma sonica” Kim Gordon a ripostarli nelle sue storie. Eppure l’ascolto di The Burden of Desire ha innescato in me un vero corto circuito, mettendomi davanti a un progetto che se da un lato mi seduce, dall’altro mi stizzisce. È il solito gioco dei revival portati avanti da “furbetti” che, con un gran senso del tempismo, saccheggiano le sonorità di culto per riproporle come farina del proprio sacco, confidando nel fatto che là fuori ci sia una generazione di “marmocchi” digiuna di storia del rock. Nel secondo brano, Anti-Ugly, è impossibile non notare come il cantante imiti palesemente Thurston Moore: quel tono svagato e quel distacco apatico che ho amato in pezzi mitici come Sugar Kane, Disappearer o nella The Wonder di DaydreamNation. C’è qualcosa di grottesco in questa ricerca della perfezione attraverso il furto sistematico. Il nodo della questione è tutto qui: capire dove finisce l’ispirazione e dove inizia la modalità fotocopiatrice. Questa band esiste da neanche due anni eppure sembra aver già risolto ogni cosa, come se stesse semplicemente eseguendo uno storyboard. Sembrano nati in un laboratorio di design di Williamsburg con l’unico scopo di far venire il travaso di bile a chi mastica noiseda una vita. Sono un quartetto della Grande Mela che ha deciso di resuscitare i fantasmi della No Wave, ma con un paracadute economico e una patina “cool” che i pionieri del genere si sognavano.

I due leader, Jake Lazovick e SharleenChidiac, vengono dal filmmaking e dalla coreografia sperimentale: siamo nel cuore della gentrificazione artistica. Hanno svuotato il genere della sua carica nichilista per trasformarlo in un’estetica d’alto bordo, come un loft di lusso ricavato da una vecchia fabbrica occupata. Se l’inadeguatezza di un Richard Kern era autentica perché figlia della necessità, i Voyeur le regole le conoscono così bene da saperle mimare alla perfezione. Ciliegia sulla torta: hanno registrato il disco con Martin Bisi, lo storico produttore di EVOL, che sa come far suonare le chitarre, e quel sapore di Bad Moon Risingmoderno è oggettivamente godibile, ma è proprio questo a starmi sul gozzo. Sanno esattamente dove piazzare i feedback e come costruire la tensione perché se la sono studiata a tavolino; se uno ignorasse l’esistenza di certi dischi seminali, griderebbe al miracolo. Tutto è mirato: c’è la tipa figa che fa la modella tormentata, muovendosi tra il gelo di Nico e le ovvie stonature gordoniane, supportata da una sezione ritmica impeccabile. È tutto leccato, maledettamente pronto per essere fotografato prima ancora che ascoltato. Eppure, il problema è proprio questo: se riesci a spegnere il cervello e a ignorare quanto siano spudoratamente “fighetti”, il disco finisce per trascinarti dentro. È il classico paradosso moderno in cui ti ritrovi ad amare l’opera pur odiando profondamente l’operazione che ci sta dietro. E allora, dopo tutta questa mega pippa mentale, apro il freezer, mi gratto una chiappa, scongelo una vaschetta precotta “Voyeur” e vado a mettere in microonde The Burden of Desire. Boh, sempre meglio di un calcio in bocca.
MdL

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