di Alessandro Marano

Ciao Giovanissim* 

Non so se si mette il punto dopo l’asterisco, quindi per evitare problemi con le fasce protette delle comunità protette evito e si urli ora alla sgrammaticata forma e contenutistica tipica da maschio etero millennial con i peli in basso alla schiena e la psoriasi nel culo.

 Chiedo scusa dell’assenza, problemi dovuti ai traslochi e altri surrogati che hanno minato la mia sanità mentale fra ritardi nei lavori e organizzare quasi venti anni di vita estera in un piccolo van…e come direbbe la Corrida di Corrado con quel falso ottimismo “Eeeh non finisce qui!”

Ma parliamo di altri cazzi, parliamo di band fighe che finalmente mettono d’accordo il sottoscritto e quella merdaccia calva di Anthony Fantano, seppellendo una piccolissima ascia da guerra sotto una plateale massa di sterco caldissima.

Band freschissima attiva dal 2016 Mandy, Indiana partorisce un ottimo secondo capitolo URGH. Il titolo la dice lunga sul mood di una super progetto fra Manchester e Berlino che i distratti giudicheranno Electro-Dance, ma quelli fighi con i tatuaggi fatti male a proposito giudicheranno Noise-Disco-LowFi-Industrial-Dance. 

 Secondo album in studio, succede un violentissimo “I’ve Seen a Way” del 2023, che veramente aveva il classico diavolo in corpo da primo disco, quello in cui bisogna dimostrare come il primo anno di Anguissa al Napoli. 

A volte sono i piccoli particolari che fanno la differenza, una scelta di loop e suoni superiori con dei landscape quasi alla Blade Runner vecchia scuola (E non quella merdata dal cazzo moscio con Ryan Gosling).
Altre un costante richiamo aI Daft Punk e in generale alla scena Techno. Eccellente combinazione di Simon Catling.

 Fra la sfilza di etichette sopracitate apprezzo notevolmente la scelta dei contenuti sonori della band, l’utilizzo di synth cupi e grattate di chitarra di un gusto Daughters (Giusto per ricordare quanto sia stato importante il progetto US per la Noise contemporanea…ve la meritate Lingua Ignota), una spolverata leggerissima Dead Grips e l’adorabile francese di Valentine Caulfield…voce e anima del progetto. 

Di notevole gusto i breakdown dance che si mischiano fra i vari brani. Un colpo di genio come Er Cucchiaio la chitarra non suonata di Scott Fair, a volte solo una botta sui pickup, di solito un paio di note a scandire l’ultima battuta dei quattro, raramente un notevolissimo palleggio in distorto e synth. Un vero signore.  E un massimo rispetto per la pulizia e la tenuta scuola Stainer (Helmet,Battles, Tomahawk) del batterista Alex McDougall. Decisamente dance ma a volte sincopato, imprevedibile, originale e raramente noioso. Le parti sono essenzialmente studiate meticolosamente per soddisfare un ampio circuito di ascolti e personalità completamente differenti, un progetto coinvolgente e multiplo ma non forzato…per concludere giusto gente che fa il cazzo che gli pare, ma benissimo.

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