di Antonio Iannola

Negli ultimi anni risulta piu facile emozionarmi ascoltando musica, come quando ero alle medie. Sarà l’età, sarà che gli ultimi anni della mia vita sono stati i più difficili e più duri che io abbia mai potuto augurarmi. Fatto sta che alcuni dischi riescono a colpire in quella zona profonda dove prima c’era un tipo annoiato alla cassa di una remota pompa di benzina. Quello che non è facile è trovare il disco che riesca a toccare il cavo scoperto causa del cortocircuito once again (“pigl o pesc’ e scutuleə” cit.). Generalmente sono dischi vecchi, che mi hanno segnato da ragazzino, quelli che mi hanno fatto crescere, sono i gruppi che ancora reputo i capisaldi della mia formazione musicale e del patrimonio inerente alla sensibilità umana in generale a prescindere dal loro genere. Mi emoziono doppiamente quando un disco è una produzione del 2025 e si incastona in questo panorama di musica incommentabile e distribuzione nefasta che hanno caratterizzato soprattutto l’ultima decade. È come se acquistasse un doppio valore: il valore di essere un discone e il valore di lottare contro un male insormontabile, quali piattaforme digitali, mode raccapriccianti, produzioni fuffa e testi senza senso volti solamente al frivolo. Parlando di genere pop in senso lato, quest’anno i Greet Death con il loro “Die in love” per me sono stati una vera ancora. Quando sento dischi di questo calibro riacquisto fiducia nella musica e nell’essere umano tutto.

Ma attenzione, colpo di scena, altro disco “poppeggiante” che entra a gamba di amianto tesissima nella chart personale (in culo al Wrapped di Spotifai) ed è “Bleeds” di Wednesday. Con questo disco siamo già su un target overground rispetto a quello che è la mia abitudine, quasi commerciale ed orecchiabile da un pubblico vasto.
Cosa che in molti casi mi farebbe storcere il naso e sarebbe ragione sufficiente per un grande boicottaggio. Ma che ce frega: un disco quando è bello e bello. Anzi, quando un disco è bello ed è anche distribuito su una scala più ampia dovremmo esserne contenti. Magari un ragazzino di 14 anni può ascoltare un pezzo di questo disco alla radio, una ragazza alle prime armi può farne una cover con la chitarra.
Già dalla sua copertina si può presagire bene. Sono quelle classiche illustrazioni fuorvianti, che al sol guardarle spiazzerebbero l’ascoltatore che ancora non ha premuto play. Come quando apri il congelatore e nella confezione del gelato c’è un avanzo di broccoletti e salsiccia: pensavo qualcos’altro ma ad ogni modo meglio.

Il punto forte di “Bleeds” sono i testi, perle rare nella musica popolare, penso i più belli ascoltati da troppo tempo.
“Grocery store sushi, you’re chopping ketamine with a motel room key”; “Cause champagne tastes like elderberry wine” “pitbull puppy pissing off a balcony” “we watched a Pish and Human Centipede” “Threw up in the pit at a Death Grips show in a bottle spit dip and tell dirty jokes”. Cioè sembra di stare a parlare con uno dei tuoi migliori amici su cosa ha fatto il fine settimana. E tutta questa bellezza ruvida dei testi si incastona in una cornice musicale molto articolata. C’è la tradizione country americana; c’è il noise; ci sono le melodie alla Macis (delle quali non sono mai stato fan ma comunque se dosate bene perché no); ci sono i tempi dispari attenzione; c’è la voce di Karly Hartzman che sa essere dolce, sa essere raspante come la carta vetrata e che, anche se a volte può ricordare timbri vocali già ben noti, trova sempre più una propria identità col passare degli anni; ci sono le chitarre di Lenderman che ti fanno pensare ai bei dischi dei 90. Nel complesso è proprio questo che forse mi mi fa sentire a casa: in questo disco si sentono tante referenze che sono state presenti nella mia prima adolescenza riesco a sentirci qualcosa di Alanis Morissette, il noise controllato alla Sonic Youth, le armonie maggiori danzerecce alla Dinosaur Jr, la voce di Cartney Love, tempi dispari usati alla PJ Harvey, gli Smashing Pumpkins.
Ragà, questo è proprio un discoone e dobbiamo rendere grazie all’etichetta indipendente Dead Oceans per la sua produzione. Adesso vediamo se non si accartocciano su loro stessi e se la notorietà non li renderà sterili e piatti come tutto il resto intorno a loro. Non fermatevi ragazzi.

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