di Martina de Lugnani
Ho scoperto questo gruppo per caso su faccialibro, poco dopo l’uscita del suo primo disco. Fin dalla copertina e dal titolo, “Anything Can Be a Hammer”, c’è stato un piccolo colpo di fulmine. Tra l’altro, scopro che il nome della band è, chissà come mai, lo stesso di un album degli Suede. Ignoro la coincidenza con nonchalance: probabilmente avranno le loro buone ragioni per chiamarsi “bloodsports”, con la “b” minuscola. Da accanita voyeur, li cerco immediatamente. A giudicare dalle foto, la bassista bionda e le facce pulite mi facevano presagire eccessivi riverberi. Fortunatamente, l’elemento un po’ modaiolo è presente ma non invadente: qui c’è molta sostanza, ben proporzionata da valvole, polso e sinapsi ben oliate.

Il disco si apre con “Trio 1”, un’introduzione strumentale dominata dalle due chitarre di Sam Murphy e Jeremy Mock che si incrociano in riff taglienti e sottilmente fastidiosi. L’impatto cerebrale è immediato. Basso (Liv Eriksen) e batteria (Scott Hale) entrano in scena solo negli ultimi trenta secondi, avvolgendomi in un balsamo sonoro profondo che mi risucchia inevitabilmente verso il brano seguente.
Il brano in questione è “Come, Dog”, che esordisce ondeggiante e rassicurante per poi slittare, com’era lecito attendersi, in succose pontificazioni dissonanti e distorte. Nel frattempo, e più volte nel disco, la voce di Sam rimane nascosta nella trama musicale e deliberatamente scazzata, quasi a suggerire che afferrare il testo non sia affatto necessario. L’alchimia compositiva è attraente. La produzione è essenziale, priva di fronzoli inutili, e la proposta sonora si rivela limpida, scorrendo con la leggerezza di una birretta in una giornata estiva.

Il terzo brano, “Themes”, offre un momento lento e lineare, una pausa apprezzata che ha il compito di esaltare le sezioni più noise del disco. Richiama influenze talmente disparate da risultare solo una vaga sensazione. Ammirevole, “Rot” è costruita come una parabola ipnotica: dal sussurro malinconico culmina in un’esplosione sonica furente. In “Rosemary” rivelano di possedere persino un potenziale pop, struggente al punto da strapparmi pure una lacrima. Il duetto tra il cantante e la bassista è, in diversi punti del disco, già un feticcio per le mie orecchie. Gran finale con “Anything Can Be a Hammer”, dove la band costruisce un pezzo abrasivo che richiama la vecchia scuola art rock e sperimentale di New York.
Vi si percepisce l’energia schizzata di Glenn Branca, Swans, Unwound e Slint, insieme a tocchidecisamente omaggiati di Sonic Youth e Pixies, per un risultato mai pacchiano. Tentano di cristallizzare il momento in cui slowcore e noise rockconvergevano nella stessa scena. Si definiscono “Theatrical Slowcore” e la formula funziona da paura. Zero video ufficiali, pochissime interviste, ‘Facciamo un sacco di danni. Ma in modo intenzionale’, ammettono. I bloodsports vibrano e ruggiscono e, per di più, sguazzano nella scena musicale di una Brooklyn intramontabile. Bravi, continuate così, alla faccia nostra!

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