di Daniela Ambrosio

Se dovessero chiedermi se sono femminista, risponderei <<sono femminista così>>, alzando entrambe le braccia a mostrare le ascelle non depilate. Nella mia libreria, ci sono più donne che uomini: ho iniziato a nove anni con La piccola Lady Jane di Cecilia Viets Jamison e non ho mai smesso. Questo perché credevo (e ancora credo), che non solo la presenza, ma anche lo sguardo del maschio sia dominante, in tutti i settori, anche artistici. 

Ti reputi brava? È il maschio dentro di te a dirtelo. Ti senti bella? È l’uomo che vive sotto la tua pelle a giudicarlo. E via discorrendo. Quando il mio direttore, nelle sue infinite riunioni di redazione, alla fine chiedeva <<chi vuole occuparsi dell’artista xyz?>>, io alzavo la mano da brava redattrice, anche se quell’artista neanche la conoscevo: mi bastava sapere fosse di sesso femminile. Mi inebriava l’idea che la parola donna e artista e brava fossero nella stessa frase e, preferibilmente, non ci fossero le parole “amante”, “moglie” o “figlia di”. <<Sei una femminista romantica>>, mi disse una volta qualcuno che non ricordo, e non capii se fosse un’offesa, un complimento o una constatazione. 

Panic Shak

Questo però non sembra avere valore nella mia playlist. Uomini, uomini e ancora uomini. Sudati, glitterati, sporchi, di nero vestiti, ma pur sempre uomini. In uno studio neanche troppo recente (risale al 2021), è emerso che le musiciste donne sono meno del 23%. La percentuale di donne soliste è leggermente più alta – siamo al 31%, mentre quella delle donne nelle band si ferma al 7,3%. Ovviamente, a farla da padrone è il genere pop (body e lustrini ben si adattano al corpo femminile, ça va sans dire), mentre il genere rap e hip hop è la “cenerentola” della situazione: solo il 12,3 % vede le ragazze cimentarsi in questo genere (doveperaltro il sessismo impera). Insomma, uno scenario desolante. Lo stesso che vedo nelle mie playlist, dove a parte i nomi più noti – Patti Smith/Siouxie and the banshees/Hole e compagnia bella – il secondo sesso (giusto per citare – ancora – Simone de Beauvoir) langue. Ma dai, direte voi, c’è il punk femminista. E c’è Nico, sacerdotessa del Dark. E c’è l’immensa Kim Gordon (ma lei si limita a essere una girl in a band). Vuoi non citare the Donnas? Mitiche, ma si sono sciolte nel 2012. Le Bikini Kill? Sono ferme dal 1998. Bratmobile? Ultimo album nel 2003. Insomma, abbiamo capito che il punk femminista delle Riot Grrrl è finito e l’eredità che ha lasciato va cercata a fondo nei festival, nei locali, nei garage da una parte all’altra dell’Oceano e nel Vecchio Continente. Nel timore – chissà se concreto – che vengaarchiviato, dimenticato, oscurato. 

Le Die Spitz

Se volete fare una ricerca più approfondita sul tema del gender gap in ambito musicale, la letteratura sul tema è scarna. Degno di nota è sicuramente il volume Gender in the Music Industry: Rock, Discourse and Girl Power di Marion Leonard oppure, sempre in lingua inglese, Cinderella’s Big Score: Women of the Punk and Indie Underground di Maria Raha. 

Ma intanto devo aggiornare la mia playlist. <<Lo vuoi capire che gli anni Novanta sono finiti?>> mi dice spesso e volentieri il resto del mondo, sicuramente molto più sul pezzo di me.

E va bene allora, aggiorno la mia playlist. Tra le uscite più interessanti del 2025, Who Let the Dogs Out  delle Lambrini Girls; le Panic Shack, con l’omonimo album; Something to Consumedelle Die Spitz e per finire Hot Shock delle HotWax (in assoluto il mio preferito). 

Fate sentire forte la vostra voce, ragazze.

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