di Alessandro Marano


Partiamo analizzando alcune similitudini, cosi’ magari vi salvo quaranta minuti di domande

esistenziali:Succedeva ai tempi di Brutalism (2007) che Joe Talbot, voce degli IDLES, dichiarava la band lontana da ogni etichetta Post-Punk. Talbot rinforzava la forza creativa degli IDLES:

– Lontana da ogni connotazione o etichetta, si nasce come un progetto libero di esprimersi in

matrice Labour dove termini come unita’

, liberta’ e uguaglianza sono validi ed essenziali

nella composizione di ogni brano che viene adeguatamente sottoposto a scrutinio da tutti i

componenti.

Ora, giusto per un esercizio che servira’ dopo, cerca “Is Joe Talbot” su Google e le cinque

voci che ti escon fuori sono:

“Sober

Married

Still Married

Posh

Vegan”.

La consacrazione fra Brutalism e Joy as an Act of Resistance (2018) avviene in maniera

velocissima, fra i vari video estremamente in sia per le fasce giovani che per i punkrocker di

sinistra in un momento politico abbastanza teso (Il risultato del Referendum sulla Brexit e i

Tories in estrema accesa con Theresa May), l’instaurarsi di una “resistenza” nel panorama

musicale e’ un terreno estremamente fertile dove gli IDLES hanno la meglio…anche perche’;

figli di una Bristol Laburista dove tracce come “Danny Nedelko”, “I am Scum”, “Never Fight a Man With a Perm” e “Mother” diventano la voce di una rivincita generazionale.

E che per un motivo mi hanno anche preso, visto che hanno avuto tutta la mia stima per i due album sopracitati, arrivando anche a punto di discussione accesa con alcuni luminari da

limoncello a cicchetto dietro piazza San Domenico a due euro.

La conferma che gli IDLES hanno poi successivamente superato la fase di rodaggio avviene con l’esibizione al Glastonbury Fest il 2019, momento in cui Mark Bowen fa crowd surfing durante la parte finale di Danny Nedelko. Talbot piange. Sua moglie che, come lui tende a

specificare, e’ un’infermiera per l’ NHS entra sul palco con relativa prole in babywearing lo bacia e abbraccia.

Si puo’ leggere dal labiale “It will be ok”.

La consacrazione degli IDLES porta, a mio parere, a un declino produttivo. Album stanchi ma “differenti” o denominati differenti dalle vecchie guardie in difesa di un passato che si reputa sempre piu’ distante da ogni singolo ascolto. Il fatto poi che la critica di base e il giornalismo debba rafforzare il parere del popolino nostalgico e’ il fattore primario della continua prolifica ed annua produzione musicale di una band stanca che ha perso la connotazione temporale e generazionale.

Dire che un disco fa cagare ma fara’ piacere al popolino va bene non e’ un peccato…abbiamo imparato ad ammetterlo con i Tool, non capisco perche’ non si possa fare con gruppi di gran lunga inferiori.

La parabola dei Chat Pile e’ identica.Noise Sludge Core band di una città vittima del degrado industriale. Una vera colonia deprivata completamente delle risorse prime e lasciata nel degrado tossico di piombo e zinco. Raygun Busch, voce che non canta, afferma piu’ volte che la band non e’ correlata in nessun genere preciso e le etichette e…ok vedi il paragrafo superiore per similitudini.

Chat Pile inizia benissimo con una serie di EP: This Dungeon Earth (2019), Remove Your

Skin Please (2019), Portrait of Guilt/Chat Pile (2021) e giusto per ricordarlo una cover

leggendaria di Roots dei Sepultura.

Poi si afferma come voce di una generazione e precursori della nostalgia anni ‘90 con God’s

Country (2022). Penso che dell’album se ne sia parlato abbastanza e bisogna dar credito che ha dato voce ad altri generi minori e microreata’ completamente ignorate fra le tante: Missouri Executive Order 44, Couch Slut, Blind ,Girls, Agriculture.

Il Successivo Cool World (2024) e’ decisamente piu’ noioso e non ha lo stesso impatto di

tutta le produzione precedente…non riesce a tenere il tono, ma per il popolino ormai bisognoso di una identita’ rappresenta la conferma di una voce di una generazione ed il giornalettismo di per sé lo acclama a pieni voti.

Per arrivare poi in modo bislacco, forse anche inaspettato all’ album collaborativo con

Hayden Pedigo, musicista e attivista politico texano, In The Earth Again.

Ora, se mi venivate a dire che quest’album e’ un feticcio discografico del gruppo, dove la

funzione e’ di creare un qualcosa che non verra’ poi portato live…allora vi do il beneficio del

dubbio e, cancellando il fatto stesso che sia un album dei Chat Pile, apprezzo il tentativo.

Ma questo e’ un full release di 11 brani, alcuni dei quali sono quattro o cinque minuti di lamenti acustici voce e chitarra (Demon Time), che sfortunatamente non si amalgama.

“And they will find you/And they will fuck you up” mi ha fatto sorridere per i primi quattro

secondi, ma lo si tiene per due minuti interi.

I brani scorrono uguali fino ad uno sprazzo di Chat Pile (una chiara strizzata d’occhio al

popolino che aspetta in un angolo che cada qualcosa dal tavolo per poterlo divorare) con

Fission/Fusion, dove si riconosce anche il rullante di Cap’n Ron che butta un’ancora di salvezza.

The Matador la tocca pianissimo per poi esplodere tra fuzz e Chatpileismo neoclassico…ci

siamo: abbiamo aspettato cinque pezzi per avere forse un album dei Chat Pile.

Va benissimo, e’ di sicuro il brano che soddisfa di piu’ il popolino e sembra uscito da un

B-Side del 2019…forse sara’ il caso? Ora mi aspetto che almeno fino alla fine del disco,

altre quattro tracce, ci sia lo stesso momentum, violenza, la stessa voce di una generazione

che ha un modo di giustificare una uscita nel 2025 al popolino e critica. Un punto di appiglio

per entrambi in qualsivoglia argomentazione del tipo: “Ma sai e’ un album concettuale diviso in due sessioni, in modo che si può apprezzare la

poetica enter supercazzola”.

L’album scende di nuovo con una schitarrata neoclassica per poi dare le stesse vibe fino alla

fine. Punto. Niet. Il sunto e’ che devi spendere quaranta pound per due pezzi dei Chat Pile e se ti lamenti poi bisogna che capisci la poetica dietro la semantica di una voce generazionale enter

supercazzola.

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