di Antonio Iannola


Gaspare il mio amico, mi aveva promesso che mi avrebbe mandato qualcosa di nuovo tra tutte le cose ascoltate da lui ultimamente. Ed insieme agli EKBOM, mi manda “Memorie di occhi grigi” degli Psico Galera, uscito pochi giorni fa.

Per me è sempre molto bello vedere progetti nostrani cosi frizzanti visti i tempi che corrono. Loro non sono così tanto estremi da escludere una buona fetta di ascoltatori, ma non sono neanche un hardcore vecchia scuola che puzza di naftalina.

Cerchiamo di capire cosa ci propongono. Non è metal ma le chitarre si cibano di chiodi, li digeriscono grazie ad un apparato che lavora ad altissime temperature, e li rendono nuovamente al mondo sotto forma di riffs che saltellano dal trash al punk, al post- hc, al rock’n’roll. Il basso è bello sguaiato. Sembra proprio il basso di una signora del centro-storico di Napoli, che con la siga in bocca urla a più non posso alla commare del terzo piano. Poesia insomma. 

La batteria sta nel tupatupa ma è piena di steroidi, avrà fatto qualche punturina negli spogliatoi e adesso è tutta muscolosa col collo taurino. Il timbro vocale fa la differenza: dà una solennità oscura che felicemente si sposa con tutto il resto.

Sto disco suona proprio bene e la cosa è ancora più una figata sapendo che ogni strumento è stato registrato in uno studio differente. 

Niente a che vedere con il precedente LP “Le stanze della mente” dove forse non avevano una lira, adesso sicuramente sono ricchi. E chissà. forse è proprio grazie ad un suono rinnovato che l’americana Sorrystate si è accollata sto disco. Ci basti ascoltare “Chiodi e punte”, presente in entrambe i dischi (anche se nel secondo si chiama “Chiodi, punti e fibbie”) per notare l’abisso tra le due qualità sonore. La stessa “La prima volta” è contenuto anche nel loro primo EP ma non regge il paragone con la neo pubblicata.

Sembra proprio il basso di una signora del centro-storico di Napoli, che con la siga in bocca urla a più non posso alla commare del terzo piano. Poesia insomma. 

Sta cosa mi ha fatto pensare. Questi stavano a rosicà tutti questi anni sapendo che quei pezzi potevano uscire meglio, ci hanno creduto e quando hanno avuto l’occasione si sono tolti il sassolino dalla scarpa. Avranno goduto come dei maiali quando avranno ascoltato il master per la prima volta. E questa è dedizione ragazzi. Non è voltare la pagina e via, si va avanti. Eh no. Le cose vanno fatte per bene. E quindi si registra nuovamente fino a che si fa giustizia alla musica, agli sforzi compiuti per realizzarla e finalmente si va a dormire tranquilli. 

Ci propinano assoli (sisi, assoli), ci sono momenti che le chitarre hanno una inflessione Balouniana ma a volte ci sento anche qualche sonorità alla Anthrax di Stomp 442 (quell’album tanto criticato che a me non dispiaceva affatto, anzi). Ma che importa quello che sento io. La cosa più importante è che questi ragazzi hanno fatto proprio un bel disco, con una scelta di campo sincera ed una proposta “fresca” sebbene semplice e poco ricercata.

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