di Antonio Iannola

Insomma immaginatevi un personaggio freak che decide di riarrangiare per solo chitarra delle ballate folk, avendo però nelle cervella un mondo fatto di tempi dispari, chitarre angolari, sperimentazione e tonnellate di avant-garde. Come la vedi? Un ascolto glielo dai no?
Eh sì, perché è quello che dovresti proprio fare con “Solo at Cafe OTO” di Sean Parish, dove continua con il suo finger-style a sedurre i suoi ascoltatori.
Lo fa sempre alla sua maniera, ipnotico, droneggiante e lasciando un filo di collegamento con tutta la musica scura e di nicchia che vive dentro di lui e della quale non può più separarsi. Il disco esce per la sua Red Eft Records nel più puro stile chi fa da sé fa per tre.
Per chi non lo conoscesse, Shane Parish è il chitarrista degli Ahleuchatistas, band avant che, grazie all’universo, ci ha fatto frullare il cervello in più di una occasione. La sua carriera solista inizia nel 2016 quando lo zio Zorn, che poche ne sbaglia, ha deciso di produrlo con la sua Tzadik Records.

“…quello che gasa è sto dark tutt’intorno, è il buco nero dentro la ciambella.”
Il suo live all’OTO, locale storico dell’est londinese a Dalston, è contraddistinto da un suono arioso proprio come ci si aspetta da un diretto acustico. Ti dà quella sensazione di essere seduto lì, in intimità, insieme ad altre 40/50 persone. Copertina di orcuttiana fattura, non a caso Parish fa parte del The Bill Orcutt Guitar Quartet. I brani sono 6 e sono un omaggio al jazz-folk.“She moves through the fair” del 1909 parte della tradizione folk irlandese; “Brothers Revenge” di John Jacob Nils; “Barbara Allen” di origine scozzese del 18simo secolo ma ingurgitata e fatta propria dalla musica yankee.
Lui fa folk ma non propriamente reminescente del suo sud, quello degli Stati Uniti. O meglio sì, ma c’è dell’altro. Ed è proprio “quell’altro” che lo rende magnetico e affascinante, quello che mostra il suo vero io come solista. Lo stile pizzicato ok, le cover ricercate ok, vada bene anche per la matrice folk, peró quello che gasa è sto dark tutt’intorno, è il buco nero dentro la ciambella.
Arpeggia la tradizione ma la tragedia è sempre dietro l’angolo. Il dramma è parte fondamentale del suo operato e si mescola perfettamente con la bellezza, la tecnica e l’ecletticità. Il pollice della sua mano destra scava a fondo le meningi degli ascoltatori, come uno che da dietro non smette mai di toccarti la spalla.. Il resto della mano gioca la melodia. Il blues passa ad essere dissonanza, il maggiore lascia spazio al vuoto, si corre da un estremo all’altro in un insieme vasto ed amministrato con un prelibato gusto del caos. Un chitarrista che per il lato tradizionale del suo stile potrebbe essere accomunato ad altri ben più famosi come un John Fahey, peró ha molto più a che vedere con gente della stregua di Robbie Basho, che in quanto a struggente sa il fatto suo.
Per quanto folk suonato saporitamente con le dita, gli anni da Ahleuchatistas si sentono tutti, nelle dissonanze, negli svisi dispari, nella maniera di suonare le corde, nelle scelte delle sequenze armoniche ed è questo che rende il tutto unico ed altamente consigliabile.

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