di Antonio Iannola
Ok, parliamoci chiaro: questa roba non è “difficile”. È proprio una mazzata nei denti. E se ti piace, probabilmente non sei andato al “concertone”. Uscito il 18 aprile per l’occorrenza del Record Store Day, in doppio LP, versione gatefold, via Skingraft Records.
“SUPERUNIT: Maximum Implosion” è tipo il sogno bagnato di chi ama il noise più cattivo: Zeni Geva + Steve Albini = casino totale ma con cervello. Non è una collab fatta per hype o per fare numeri. Qui si sono proprio chiusi in studio e hanno deciso di fare il suono più incazzato possibile.

Albini, che già di suo non è esattamente uno da carezze (vedi Big Black, Shellac, tutto il resto), era completamente fissato con gli Zeni Geva. Non tipo “mi piacciono”, ma proprio “questi sono dei mostri, lavoriamoci subito”. Risultato: produce una valanga di roba per loro e poi dice “sapete che c’è? Vengo a suonare anch’io”.
Ed è lì che nasce Superunit. E lì iniziano i problemi (quelli belli).
Questa raccolta mette insieme tutto quel periodo in cui se la spassavano: chitarre che sembrano seghe elettriche, ritmi che ti prendono a schiaffi, pezzi che vanno avanti come un treno senza freni. Zero eleganza, zero compromessi, solo botte.
La cosa assurda? Non è casino a caso. Sotto tutta quella roba c’è un controllo pazzesco. È tipo qualcuno che distrugge una stanza… ma sa esattamente dove cadrà ogni pezzo.
E poi oh, si sente che si stavano divertendo come dei matti. Non c’è quell’aria da “artista serio che soffre”. Qui è proprio: facciamo più rumore possibile e vediamo chi cede prima.
Il bello di “Maximum Implosion” è che non prova nemmeno a piacerti. Se entri nel mood, ti prende e non ti molla. Se no… ti sputa fuori dopo 30 secondi.
E va benissimo così.
Perché alla fine, diciamolo: questa non è musica da mettere in sottofondo mentre cucini. È roba da sparare a volume assurdo e far tremare i muri.
Se i vicini bussano? Alza ancora.
Sempre.
Zeni Geva: rumore, violenza e culto sotterraneo – cronache di un trio fuori controllo

Se negli anni ’80 e ’90 il Giappone ha esportato stranezze sonore di ogni tipo, pochi nomi risultano così affascinanti (e devastanti) come gli Zeni Geva. Autodefinitisi senza mezzi termini “progressive hardcore trio”, questi outsider totali hanno preso metal, hardcore, industrial, noise rock e avanguardia… e li hanno fatti esplodere tutti insieme.
Il nome già dice tutto: “Zeni” (denaro, da un termine arcaico giapponese) + “Geva” (storpiatura di “gewalt”, violenza in tedesco). Tradotto: capitalismo che ti prende a pugni in faccia. Più o meno quello che succede quando premi play.
Dietro al progetto c’è il cervello iperattivo di K.K. Null (aka Kazuyuki Kishino), uno che prima ancora di fondare la band nel 1987 si era già fatto un nome nella scena più sperimentale con progetti come Absolut Null Punkt e YBO2, oltre a collaborazioni con il guru del noise Merzbow. Insomma, uno che la normalità non sa nemmeno dove abita.
Il debutto “How to Kill” arriva subito come una dichiarazione di guerra: caos controllato, strutture che sembrano sul punto di collassare e un approccio DIY che trasuda libertà totale. La lineup cambia continuamente (classico), tra vocalist che spariscono e bassisti che durano lo spazio di un EP — tipo “Vast Impotenz” (già il titolo è tutto un programma).
Ma è nel 1990 che succede il salto: “Maximum Money Monster” è il disco che li piazza davvero sulla mappa underground. Qui il rumore diventa più disciplinato (per quanto possibile), l’industrial entra di prepotenza e la band comincia a sembrare una macchina da guerra — anche grazie all’ingresso di nomi pesanti come Mitsuru Tabata (ex Boredoms) e Tatsuya Yoshida (Ruins, Koenjihyakkei).
La vera svolta però arriva con una collaborazione che oggi sa di leggenda: quella con Steve Albini. Sì, proprio lui. Produttore, ingegnere del suono, icona del noise rock. E soprattutto uno che capiva perfettamente cosa rendeva Zeni Geva così speciali.
Con Albini dietro al banco (e spesso anche coinvolto direttamente), escono dischi fondamentali come “Total Castration” (1991), “Nai-Ha” (1992), “Desire for Agony” (1993) e “Freedom Bondage” (1995). Qui il caos iniziale viene incanalato: meno improvvisazione selvaggia, più impatto monolitico. Sempre devastanti, ma con una direzione più precisa.

E poi ci sono le chicche: collaborazioni strane, live condivisi, progetti paralleli tipo Superunit, reinterpretazioni improbabili (tipo Kraftwerk rifatti alla maniera di un bulldozer impazzito). Tutto molto Zeni Geva.
Come ogni band di culto che si rispetti, anche loro non hanno mai scelto la strada facile. Cambi di lineup, pause, attività irregolare. Dopo l’uscita del batterista Eito Noro nel ’96, la macchina rallenta. K.K. Null si butta a capofitto nei suoi mille progetti solisti, mentre la band resta in una sorta di limbo creativo.
Nel 2001 spunta fuori “10,000 Light Years”, disco più sperimentale e meno immediato, quasi a dire: “facciamo quello che ci pare, ancora”. Poi di nuovo silenzio… fino al 2009, quando Tatsuya Yoshida rientra in formazione e riaccende la miccia.
Il risultato? “Alive and Rising” (2010), testimonianza live di una band che, nonostante tutto, suona ancora come un terremoto.
E oggi? Boh. Gli Zeni Geva sono sempre stati imprevedibili. Potrebbero sparire per altri dieci anni o uscire domani con un disco registrato dentro una fabbrica abbandonata.
Ma una cosa è certa: il loro posto nella storia del rumore è già blindato.
E no, non è musica per tutti. Ma forse è proprio questo il punto.

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