di Antonio Iannola
Eh sì, è uscito il nuovo disco degli Zu “Ferrum Sidereum”. Allora, lo dico subito senza esitare: é una mina. Patrimonio. Tra i loro migliori 3? Forse si. Con questo disco tornano ad essere gli Zu del principio, per intenderci, quelli di “..Solar Anus”, di “Carbon”, “Chthonian” e simili.

Dove la componente jazz passa in secondo piano e la sontuosità di un math-core oscuro, elegante e mistico prende il sopravvento. Molto molto metallo: give me a couple of Halleluia. In forma smagliante, con le idee ben chiare e sempreverdi.
Questa volta con Paolo Mongardi alla batteria a mantenere in piedi la tradizione.
Gli Zu quindi si confermano band iconica, reali di un regno tutto loro.
Bisogna solo esserne contenti perché il disco spacca di brutto e noi abbiamo ancora bisogno di loro. Ma, chiamatemi come volete, vedere sempre le stesse persone far vibrare la scena non mi rende troppo felice. Per varie cose.
Vedo che il cerchio si stringe e che con il passare del tempo diventiamo sempre più autoreferenziali: sempre le stesse persone che suonano, che editano i dischi, che organizzano i concerti che si ascoltano gli uni con le altre.

Con il passare degli anni queste persone sono sempre meno, ingurgitate dalla vita e dall’insostenibile peso dell’underground che lede e recide e che bisogna di una motivazione altissima in condizioni precarie. È difficile scoprire nuove leve che vadano in questa direzione e che si facciano spazio tra una scena stanca.
Siamo rimasti in pochi dinosauri ad apprezzare queste cose? Siamo noi vecchi e nostalgici? Esiste una resistenza sonica?
Ci penso mentre mi sento un’altra volta Kether a palla di cannone.

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