di Daniela Ambrosio

Febbraio è un mese drammatico per chi vive in Italia o per chi all’Italia è – perversamente – legato. E non, non sto parlando di tasse o scadenze, ma del Festival di Sanremo, la classica baracconata che fino a qualche anno fa veniva ignorata dalle generazioni più giovani e che invece oggi conquista tutti (o quasi). Sta già montando la nausea al pensiero di distese di fiori, musica di pessima qualità e personaggi di dubbio talento e simpatia pagati con i soldi pubblici? Bene, possiamo continuare. Non starò qui a disquisire come mai e soprattutto perché la longeva kermesse sia arrivata a far breccia nel cuore delle masse, anche di coloro i quali ascoltano regolarmente musica decente. Meglio ricorrere al mistero, al non detto, all’indifferenza. Preferisco ricordare i tempi in cui le persone della mia generazione snobbavano con unanichilistica puzza sotto il naso la cinque giorni musical-floreale, rifugiandosi nei centri sociali a sorbirsi, proprio nel bel mezzo della settimana, improbabili gruppi grindcore norvegesi. Con buona pace di Laura Pausini, Marco Masini e anche di quei gruppi come gli Afterhours che nel 2009, a sorpresa, salirono sul famigerato palco dell’Ariston. Eppure, c’è stato un tempo (e non è quello odierno) in cui Sanremo non faceva poi così schifo. O meglio, forse consapevole del fatto che la musica italiana infondo fosse così così, invitava ospiti stranieri di grosso calibro, che offrivano performance degne di un pubblico internazionale (e non una massa di decerebrati che in quegli anni votava il Pentapartito e dopo ancora Berlusconi). 

Ricorderò allora la performance dei Queen (tra le pochissime in Italia) che nel 1984 disturbarono tantissimo Freddy Mercury che, sconvolto dall’obbligo di cantare in Playback, tenne per tutto il tempo il microfono lontano dalla bocca. La canzone era “Radio Ga-Ga”.

Farà di più Patsy Kensit, tre anni dopo, che durante la performance con i suoi Eight Wonder entrò nella storia grazie a una spallina che si staccò. Come se niente fosse, la bionda cantante e attrice continuò a cantare e ballare il brano “Will youremember”.

Ma il 1987 sarà un anno epico per il Festival di Sanremo anche grazie alla presenza di altri ospiti internazionali: gli Smiths. Fu quasi un mini-concerto della durata di 15 minuti, nonché la loro ultima esibizione in diretta tv prima dell’uscita dal gruppo di Johnny Marr. Siamo sicuri di meritarci Morrissey in occhiali scuri che balla con il suo memorabile movimento di bacino? Negli anni Ottanta sì, oggi sicuramente no.

Personalmente, il momento più iconico delle ospitate internazionali sanremesi è stato nel 2001, quando si esibirono i Placebo.

La band, invitata chissà perché e chissà da chi (presentava Raffaella Carrà, che in quegli anni ribaltava le leggi della donna decorativa esibendosi con i Carramba Boys, gruppi di aitanti ragazzi muscolosi che non facevano altro a parte ballare un po’ succinti), fece scandalo. Come già gli illustri predecessori, anche Brian Molko, frontman della band, pare fosse infastidito dal playback di ordinanza, e finita la performance (Special K, giusto per rimanere in tema fiori, amori e leggerezza), spaccò la chitarra sull’amplificatore. Rock’n roll. Furono fischi e furono urla di disappunto, che Molko accolse beffardamente con un inchino. Il momento più bello è però quando interviene la valletta Megan Gale, modella australiana che non masticava una parola di italiano e il cui merito era essere una gran figa, che inquadrano pensando possa togliere tutti dall’imbarazzo e che invece biascica in un italiano incerto “La Liguria è belissima”.

Per fortuna, da qualche anno gli organizzatori del Festival hanno smesso di invitare ospiti internazionali che possano dare problemi, o rubare la scena agli italici cantori. I panni sporchi, meglio lavarseli in famiglia

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