di Martina de Lugnani

Vorrei limitarmi a osservare senza giudicare, ma, ahimè, non ho ancora raggiunto quella
pace spirituale. Quindi, armata di fionda e con le trecce dritte, scocco un tiro.
La fine dell’anno sembra ormai il funerale
della musica come emozione e la celebrazione della musica come affare. Ci ritroviamo a scartabellare classifiche che non sono altro che bilanci camuffati da consigli. Ma siamo seri: a chi servono davvero? Servono a chi deve far quadrare i conti — riviste, promoter, etichette — e a chi deve convincerti che se un artista è ovunque è perché è un genio, quando spesso è solo perché ci hanno investito sopra.
Come si può scegliere il
“disco dell’anno” quando esistono album sconosciuti capaci di stravolgerti e altri che ti porti dietro da una vita? La musica non è un prodotto che scade dopo 365 giorni. Fa quasi impressione vedere gente che sforna Top 10 come se giocasse a tombola. Intenditori dotati di orecchie bioniche e animati dalla
smania di dettare legge sui gusti altrui, sadici di una bulimia da ascolto senza sosta.
Il bello di un disco vero è che, a un certo punto, finisce e torna il silenzio. Quel silenzio è vitale. Tutto il resto è solo una televendita di miracoli in rete, un rumore di fondo nauseante dove parliamo
tutti e nessuno ascolta, prigionieri di un flusso che ci impedisce di pensare. E poi, da artista, lo so bene: l’ispirazione non è un rubinetto. Ci sono momenti in cui non si ha niente da dire, ed è normale che sia così.
Tra soggezione, autosoggezione e campagne mirate, ormai non ci crede più nessuno. Quindi, scusatemi, ma vado a stilare la mia personale Top 10 dei migliori silenzi dell’anno: al primo posto c’è senz’altro quello di chi non ha avuto niente da dire. Poi mi raddrizzo
le trecce e vado a ricaricare la fionda.
Il prossimo anno è alle porte e, a quanto pare, serviranno molti più sassi.

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